Scarsa cultura digitale e investimenti inerenti all’innovazione

by / martedì, 14 Gennaio 2020 / Published in Digital Transformation & Industry 4.0

Un insufficiente livello di cultura digitale e scarsi investimenti sull’innovazione nell’azienda possono divenire un preoccupante fattore di ridotta competitività?

 

Secondo una recente ricerca condotta dall’International Digital Economy and Society Index (I -DESI), si constata che in generale i paesi europei tuttora inseguono gli Stati leader dell’innovazione e della trasformazione digitale (America, Cina, Sud Corea, ecc.). Un confronto a livello internazionale della situazione specifica dell’Italia vede il nostro paese raggiungere il 25º posto della classifica, precedendo solo Bulgaria, Grecia e Romania.

In realtà, nei fatti, l’orientamento all’innovazione dell’Italia risulta ben al di sotto degli standard statistici predisposti nel punteggio complessivo dell’Unione Europea.

Secondo altre ricerche, le aziende più innovative sono le grandi multinazionali mentre le PMI e le istituzioni pubbliche procedono molto lentamente.

 

Si noti che tutti i manager italiani che operano in questi ultimi contesti, affermano che la tecnologia nei prossimi 10 anni sarà sicuramente un processo “inarrestabile e ineludibile”.

Purtuttavia, ciò che maggiormente colpisce in queste analisi, è la dichiarazione del 70% dei top manager, che descrivono la fatica ad introdurre nelle aziende una cultura digitale; circa il 40% segnalano delle difficoltà connesse all’entità degli investimenti necessari e solo un limitato 10% si nasconde dietro l’alibi di possibili successivi problemi sindacali per quanto attiene a ridotti livelli occupazionali.

Il tutto però si complica quando si chiede di meglio definire che cosa si intende per azienda innovativa: sorprendentemente pochi ritengono che la creazione di nuovo valore possa essere perseguita attraverso l’analisi dei processi in essere, connessa con le opportunità delle tecnologie abilitanti. I più si limitano a parlare di innovative soluzioni informatiche (es: Big Data) legate alla gestione dei dati e al trattamento delle informazioni.

 

In sintesi, possiamo dire che è difficile ottenere dei “back through” sulla digital transformation, ossia un vero momento di rottura con il modo di ragionare e di lavorare del passato da parte del personale, senza prima introdurre in azienda una cultura dell’innovazione.

Per assurdo, nelle imprese, un piano degli investimenti per l’automazione, se mal gestito, potrà ottenere un non-coinvolgimento del personale se non addirittura favorire dei fenomeni di ostruzionismo legati alla paura di una possibile riduzione dei posti di lavoro.

L’esperienza di altri paesi, quali la Germania e il Giappone hanno recentemente dimostrato che, nel medio termine, anche grazie ad un diffuso calo delle natalità, il problema disoccupazione a fronte degli investimenti in innovazione, è un falso problema.

Viceversa, sul fronte dell’occupazione futura, è chiaro a tutti che, una scarsa cultura digitale può realmente divenire un preoccupante fattore di esclusione sociale di nuovi lavoratori, in quanto ne preclude l’accesso al mercato del lavoro. Professionalmente parlando, in futuro, sarà richiesto sempre più il possesso di adeguate competenze digitali.

Purtroppo, si può affermare che è mancata in Italia una strategia generale, riferita al medio e lungo termine, in grado di colmare questo pericoloso gap culturale.

 

Attenzione, non è che non siano mancati coraggiosi tentativi, da parte di alcune Istituzioni, di creare delle reti in grado di coinvolgere organizzazioni, società di consulenza, università, centri di ricerca ecc, finalizzati al perseguimento di un minimo di alfabetizzazione digitale nelle aziende, ma non si è ottenuto un successo sociale per problemi burocratici e, soprattutto, di “leadership” tra i vari attori coinvolti.

Per questo, essendo presenti tuttora gli stessi problemi, non stupisce la fatica a decollare dei centri di competenza industry 4.0.

Si deve anche segnalare la delusione di alcuni partecipanti ad incontri di formazione eccessivamente teorici, dove veniva continuamente presentato il classico “Modello Calenda”, senza mai entrare nel merito dei problemi. Difficoltà tuttora attuale, là dove si organizzano seminari con lezioni di docenti molto preparati sul piano teorico, ma senza una significativa esperienza aziendale.

Rispondendo affermativamente alla prima domanda, ecco spiegati i motivi per cui, come società di consulenza, noi abbiamo deciso di dedicare nell’anno 2020 molte nostre energie per supportare le aziende nel passaggio culturale del proprio personale verso la digitalizzazione; forti di una lunga esperienza professionale, ma anche della formazione a nostra volta ricevuta presso un centro di eccellenza europeo come il Fraunhofer di Stoccarda.

Un invidiabile Know-how che, nel corso dello scorso anno in diversi contesti (associazioni di categoria, singole aziende e centri di ricerca), ci ha consentito di ottenere riscontri molto positivi sulla concretezza e la ricchezza di esempi dei nostri docenti.

 

Mario Gibertoni
Presidente Gruppo StudioBase
CMC Academic Fellow

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