L’illusione della conoscenza e l’intelligenza connettiva

by / martedì, 09 Luglio 2019 / Published in Formazione, HR

Lasciamo per un attimo andare il pensiero all’uomo del Paleolitico, con tutte le incertezze legate alla precarietà ed alla brevità della sua vita. Era costretto ogni giorno a procacciarsi quanto necessario per la sopravvivenza solo con pochi semplici strumenti ed era esposto a minacce di ogni sorta: nemici, freddo, buio, malattie… Un tipo di vita dove la “forza”, la legge della giungla, prevaleva sul diritto e sulla ragione.

Il susseguirsi di scoperte e di invenzioni ha, via via, caratterizzato il progresso delle scienze sino ai giorni nostri e inciso sul cambiamento della vita dell’essere umano. L’invenzione della polvere nera, nel XIV secolo, e quindi la nascita delle prime armi da fuoco ribaltò una delle regole del gioco. Anche l’invenzione della stampa a caratteri mobili (1453 dc), da parte di Gutenberg, diede un’ulteriore opportunità di conoscenza e di cultura nel mondo. Il liberalismo inglese, nel XVII secolo, con l’affermazione dei diritti individuali di libertà dell’uomo e la limitazione del potere dello Stato prima e la rivoluzione industriale poi, hanno dato all’uomo di oggi un benessere ed una sicurezza mai conosciuta prima.
In questi ultimi anni siamo stati spettatori di cambiamenti culturali significativi che hanno interessato i modi di comunicare e lavorare per l’espansione capillare della tecnologia elettronica e per l’internazionalizzazione di modelli gestionali e operativi che hanno fortemente modificato quelli tradizionali.
Oggi viviamo in un mondo dove sono declinate le mode del lavoro standardizzato, dove il lavoro richiede sempre più apporti creativi e di intelligenza integrate con nuove tecnologie e dove, in un contesto in rapida e molteplice evoluzione, la necessità di nuova e diversa formazione diventa ineludibile.
Tuttavia credo che mai come ora, nella storia dell’uomo, ci si trovi così in difficoltà e così minacciati da eventi esterni. Il progresso e l’alto tenore di vita raggiunto hanno inesorabilmente spinto l’uomo verso la cecità e a costruirsi meccanismi di autocelebrazione.

I filosofi moderni parlano di uno “scotoma ottico”: una oggettiva incapacità di saper leggere ciò che accade attorno a noi.
Quale scienza o teoria innovativa ci può aiutare a superare queste difficoltà?
La risposta delle Scienze Sociali a questo quesito è tuttora mancante e totalmente incerta; si sta lavorando empiricamente sui singoli aspetti del problema, cercando di individuare quali siano le variabili che possono generare i diversi comportamenti delle persone a fronte di certi contesti sociali, ma al momento nessuna di queste scienze è in grado di offrirci una soluzione.
Anche il pensiero razionale delle scienze economiche non pare ci possa aiutare. Esso interpreta le varie situazioni secondo il criterio delle probabilità ed attiva le linee d’azione che hanno maggiore probabilità di essere efficaci.

Nel nobile tentativo di capire il funzionamento della mente umana, a partire dagli anni ‘60 si è notevolmente ampliato il campo delle scienze cognitive. Di fatto, oggi si può affermare che la mente umana si avvicina sempre più a un hard disk in grado di contenere una grande quantità di informazioni divenendo poi, a fronte di situazioni nuove, il vero elemento risolutore di problemi.

Oggi, in un momento storico in cui la rete è diventata sempre più parte integrante della nostra vita, la comunità della conoscenza non è mai stata così ricca e facilmente accessibile.

In verità, con l’avvento della quarta rivoluzione industriale, nessuno può ritenersi esperto in ogni aspetto delle nuove tecnologie digitali, richiedendo ognuna di esse una rete di conoscenze molto complessa e approcci multidisciplinari. Tutto ciò genera pesanti implicazioni sull’evoluzione della società, sul futuro della tecnologia e sulle rivoluzioni digitali che stanno diventando sempre più complesse. Nessun individuo è in grado di comprenderne appieno l’impatto. In realtà, anche se tutti abbiamo un accesso incondizionato alla conoscenza, il nostro livello di comprensione rimane tutt’oggi inadeguato.
Possiamo imparare molte cose attraverso la televisione e trovare in Wikipedia le informazioni che ci riguardano in qualsiasi ora in qualsiasi parte del mondo.

Il pensiero si è evoluto di pari passo, estendendosi all’incredibile capacità di agire e consentendoci di scegliere tra una rosa di possibili azioni grazie al facile accesso al mondo delle informazioni.

Alcuni autori, tra i quali Steven Sloman e Philip Fernbach, parlano apertamente di “Knowledge Illusion”, in sintesi dell’illusione del sapere, sostenendo che nel mondo della quarta rivoluzione industriale serva una nuova forma di intelligenza; intelligenza che non può risiedere nei singoli cervelli, ma nella mente collettiva.
Preso atto che non basta la sola conoscenza immagazzinata all’interno della memoria di una persona, ma che la conoscenza è ormai talmente diffusa nell’ambiente che diviene essa stessa il prodotto principale di una comunità e, se le scienze nel loro insieme risultano inadeguate, come conciliare la logica dell’uomo al centro di ogni cosa con la complessità del nostro vivere sociale, segnato positivamente e negativamente dal progresso e dalle leggi del mercato?

Forse è giunto il momento di pensare all’intelligenza in modo nuovo.
La concezione classica determina l’intelligenza in misura della potenza intellettiva di una singola persona, ma se oggi prendiamo atto che la conoscenza risiede in una comunità, allora dobbiamo ridefinire lo stesso concetto di intelligenza.
L’intelligenza non è più solo un attributo personale ma, viceversa, è quanto l’individuo riesce a contribuire con il suo apporto al successo di un gruppo all’interno di una comunità.
Ossia, quanto la persona è abile nel comprendere anche il punto di vista degli altri, nel lavorare insieme ad altri e nel gestire correttamente le reazioni emotive. In sintesi, quanto un individuo contribuisce, con il proprio ragionamento, al processo di risoluzione dei problemi del gruppo.

L’intelligenza diventa un’entità nuova e più ampia rispetto a quanto concepito in passato. Il singolo individuo dovrà continuare a fornire un contributo personale alla comunità, in una varietà di modi diversi, ad esempio attraverso l’intuito creativo.
Il gruppo comunitario, a sua volta, per essere efficace avrà bisogno di un corretto bilanciamento tra i suoi componenti, che dovranno essere in possesso di competenze diverse. Più elevato sarà l’assortimento delle intelligenze e delle capacità presenti nel gruppo, più il gruppo sarà in grado di soddisfare le richieste connesse con la divisione del lavoro cognitivo.
Ecco perché è giunto tempo di rivedere ed aggiornare il valore dell’intelligenza collettiva del filosofo Bernard-Henri Levy, prestando attenzione al concetto di intelligenza connettiva del sociologo e filosofo Derrick de Kerckhove, intelligenza intesa come differenziale di valore che la rete inserisce nella collettività e contemporaneamente nel singolo individuo.
In sintesi, Derrick de Kerckhove sostiene che il computer è una psico-tecnologia, ossia l’estensione del nostro pensiero e della nostra mente che si esterna attraverso il linguaggio.
L’intelligenza connettiva, basata sulla moltiplicazione delle intelligenze e favorita dalla connessione, sarà quindi nei prossimi anni il nuovo quadro di riferimento del pensiero umano; la sfida è ora comprendere come perseguirla senza perdere la propria identità.

StudioBase si sente coinvolto nella sfida e, per questo, nell’autunno 2019 proporrà dei seminari sulla tematica. In caso di interesse, si prega di scrivere a studibase@studiobase.eu

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